Nel bosco ci sono sentieri che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. [Martin Heidegger, Holzwege]
Càpita
"Càpita che si viva tutta una vita senza imbattersi in una malattia che invece a un certo punto prenderà per te la faccia del destino. Capita di essere felici senza saperlo, di dare generosamente senza pensare di essere generosi e capita di scoprire che la gratitudine è un sentimento raro poco sentito e poco praticato; capita di essere delusi da qualcuno che non ti aveva illuso ma solo incidentalmente sfiorato. Capita di veder rovesciata l'esistenza in un attimo e capita che per essere ancora un po' simile a quel che eri prima, ci vogliano mesi e mesi di pazienza e di attesa." [Gina Lagorio]
Rinascita
La disfatta della (gamba) sinistra.
Frastornata e molto sofferente cerco di capire quanto mi sta accadendo.
Da qualche giorni infatti sto sperimentando la condizione di chi è perso in un sistema che non conosce, in cui non è piu' padrone del proprio corpo e elemosina informazioni a destra e a manca ma se le vede centellinare con sufficienza dal personale medico ed è costretto a ricorrere alle esperienze dei conoscenti. Sulla base del gran pastrocchio di idee, devo capire se ciò che vivo è una normale conseguenza della mia situazione o se si tratta di una complicazione e deve correre in ospedale. Molto rapidamente fa capolino l'idea di prenotarsi una visita privata per avere almeno le prime sommarie indicazioni su cosa aspettarsi. Internet è una gran fucina di informazioni ma non basta, evidentemente. E cominci a cadere nella trappola, convinta che per avere risposte devi pagare. Continuo a non volerci credere e continuo ad affidarmi all'ospedale della mia città.
Ma annaspo e mi barcameno fra mille difficoltà. E sto parlando solo di una gamba. Posso parlare, provare a capire da sola quanto accade, difendermi. Immagino la situazione quando il problema è ancora piu' complesso.
Ho scoperto l'acqua calda lo so, ma è significativo che anche quando credi di avere gli strumenti e la determinazione una volta che precipiti nella voragine dell'essere un "paziente" diventi un essere costretto a tacere, perplimersi e a volte sentirsi umiliare (quando non dormi per il dolore e provi a resistere per 4 giorni e poi ti senti dire dal medico "che poi, che non riuscisse proprio a sopportarlo questo dolore mi sembra un po' strano....")
Provaci tu caro dottore, provaci tu a SOPPORTARE, senza dare troppo fastidio ovviamente.
PS i pochi post di questi giorni sono ovviamente ascrivibili al fatto che per ora sto parecchio male
Più che sopravvissuti
Ciò che trattengo è la grande, infinita determinazione dei familiari ...di mogli, madri, figli e figlie (per lo piu') che, nonostante le neghittosità dell'ambiente circostante, persistono nella ricerca del benessere.
Sono persone spesso confuse da anni di ricerca affannosa che le hanno sfiancate ma non abbattute. Insistono nel cercare, nel dare fiducia salvo magari poi ricredersi, consapevoli, come me del resto, che dal pantano ci si puo' levare, un pezzo alla volta, ogni giorno di piu'.
Ma occorre sapere, avere elementi sulla base dei quali prendere decisoni, organizzare viaggi, spostamenti e soprattutto argomentazioni chiare e oneste che rispettino il nostro legittimo diritto a partecipare a tutto cio' che ci riguardi, in modo attivo e consapevole.
Ora, adesso.
Dubbi domenicali
Come mai sempre più spesso incontro persone con afasia che mi dicono "Continuo ad andare alle sedute di logopedia perche' mi spiace far rimanere male la giovane logopedista che mi segue. Mi ricorda mia figlia...mi fa muovere la lingua e destra e a sinistra DA MESI ma non vorrei mai che passasse dei guai con la sua responsabile, se abbandono la terapia" [prego notare che la persona in questione si esprime proprio con questo livello di complessità]
Quante volte, le persone ci accontentano?
E quanti di noi si pongono il problema di capire CHI cura CHI?
E quanti responsabili/supervisori sono in realtà irresponsabili/supervisori del nulla?
Logopedisti/e e pazienti iniziamo a meditare su questo. Facciamolo insieme.
Maternage? Sì ma....
Non è che io sia necessariamente contraria al “Maternage” come declinazione della relazione nel quotidiano, ma facciamoci un regalo: lasciamo a TUTTI il grande privilegio di prendersi cura di se’ e degli altri.
Anche alle persone con Afasia, Soprattutto alle Persone con Afasia.
Poiche’ non sentirsi piu’ utili per se’ e per gli altri è il vero dramma mentre è il prendersi cura che cura e produce effetti utili…
Quel che passa il Convento 2
Bene, anzi no, male.
Capita che tu, moglie di persona con ictus, chieda un supporto psicologico ai servizi territoriali perche' aiutino tuo marito che ha disturbi di comunicazione e conseguentemente è abbattutto, depresso, demotivato.
Capita che ti procuri la richiesta medica perche' sei diligente e speranzosa.
Capita che arrivi all'appuntamento e ti si pari davanti un medico che ti dice "Mi spiace signora, noi non offriamo questo servizio perche' non abbiamo personale. Pero' se vuole...POSSO DARLE UN FARMACO!"
Mi fa male il mondo
Quando vedo gli eserciziari da bambini sui tavoli delle famiglie e scopro che nessuno di loro ha mai ricevuto un training sulla "conversazione", su cosa la regolamenti nella normalità e su come queste stesse regole tendano a saltare in una situazione di afasia (siamo noi a farle saltare, non la persona con afasia!) ma si tratta di regole che possono essere sfruttate per la felicità delo scambio, una volta che vengono riconosciute e manipolate correttamente !!!!
Quando mi si racconta delle innumerevoli esperienze di familiari che in tanti anni, non hanno mai incontrato qualcuno con cui affrontare le reali problematiche della loro vita (che dovrebbero essere il target di una terapia "moderna", ad es. il tema della rinegoziazione identitaria) ma afasiologi o neuropsicologi ontologicamente chiusi in una prospettiva autoreferenziale.
Quando torno in Italia e verifico che pochi conoscono e applicano nella loro prassi clinica i contributi portati all'afasiologia dall’epistemologia della complessità, dalla medicina narrativa e dalle afasiologhe attive negli ultimi 20 anni nel Commonwealth.
Quando un familiare mi dice "Mi rendevo conto che quella certa situazione non era l'ideale per noi, ma cosa potevo fare? Noi siamo vulnerabili perchè abbiamo bisogno".
Mi fa male il mondo.
Ci fa male il mondo.
Una alternativa allo Stigma
Ma da dove nasce lo stigma? Nel caso delle patologie croniche "invisibili" sembra che le stigmatizzazioni nascano da numerosi fattori fra i quali principalmente la scarsa conoscenza del problema e i giudizi morali. In ogni caso c'e' sempre una semplificazione (lo stigma è un riduttore di complessità) o in taluni casi addirittura un uso funzionale dello stigma (enfatizzo la tua debolezza per confermare la mia importanza di operatore che ti salva/consiglia/supporta). Basti pensare alle Associazioni che promuovono la persona con afasia dicendo continuamente che questa HA BISOGNO dell'esperto o ancora, agli afasiologi che sostengono di avere guarito qualcuno...e infine ai progettisti di test per "valutare" l'entità del danno linguistico, test che risultano adatti a bambini in età pre-scolare piuttosto che agli adulti cui sono somministrati e anche a tutti coloro, persone con e senza disabilità, che serbano dentro di se' un profondo pregiudizio verso chi si discosta dalla tanto adorata (e cosi' relativa) "norma".“People with aphasia are incompetent—having no voice under the communicative practice of a medical ideology. The medical ideology is hegemonic: the dictionary meaning for aphasia, defined as the loss of power of expressing ideas in words, seems to go against the idea of communication which is defined as to impart information, to reveal, to convey (...) This medical ideology of ableism can only construct Le persone con afasia in a place of containment, as voiceless and with a body marred by weakness or paralysis, which makes them dependent” [R. Mackay]
Io aderisco ad un modello alternativo che descrive la persona con afasia in una prospettiva antropologica.
“Unfortunately, most societies value independence, measure identity in terms of contributions, and reject illness and impairment. By definition, the individual with aphasia no longer fits in that social milieu, at least not immediately poststroke. Instead, virtually all the roles and contracts that define one's sense of identity within the larger society are modified by stroke and consequent aphasia.
Persons with aphasia and their significant others face a profound social dysfunction in life. Their greatest loss may be the reduction in the fluidity and flexibility with which communication allows navigation of the complex challenges of life's social actions and interactions. Their greatest challenge is to renegotiate identity. That renegotiation must occur despite a chronic impairment of the very language that is needed to scaffold both performance of social activities (work or play) and human affiliations within the family, social groups, institutions, and the very culture itself. At stake is the desire to reestablish homeostasis or equilibrium in old and new environments” [B. Shadden]
Si tratta quindi di una problematica “sociale” che vede il punto fondante della questione proprio nelle delicate fasi di negoziazione tra la persona e il suo contesto per la conquista di un nuovo ruolo, e non negli aspetti medico-sanitari.
Penso che adottare questa prospettiva sia particolarmente indicata in ambito educativo e in un’ottica propositiva, poiché se è vero che l'afasia è un costrutto sociale è anche vero che questa può diventare proprio per questo oggetto di “intervento sociale”.
(da Education, Identity and People with Aphasia, A. Tinti, LAPH, 2007)
Regole per Fare
Con il gruppo Aracne, dopo un inizio burrascoso e un quasi totale cambiamento in corsa dei partecipanti, abbiamo finalmente iniziato a lavorare ad un Codice Etico da applicare anche nel contesto della collaborazione con il Dipartimento di Neurologia della ASL3 Genovese con cui collaboriamo. Vogliamo riorientare le risorse del nostro territorio nel senso della promozione della salute, ridistribuire il potere tra la gente (possibilità di decidere per se stessi e per la propria vita), ridure lo stigma sociale che spesso i servizi potenziano. Lo vogliamo fare insieme (servizi e persone con disabilità) per eliminare le vecchie gerarchie, sciogliere i ruoli rigidi, rivedere i vecchi codici di comportamento e spazzare via i rapporti di potere tra chi dà gli ordini e chi obbedisce.
Le domande da porsi sono tante:
Quale è lo scopo del nostro codice? Regolare i nostri comportamenti? Ispirarci? Abbiamo davvero bisogno di un codice etico? Deve essere una dichiarazione di valori o un codice di comportamento?
Un codice etico deve essere adeguato ai bisogni e ai valori dell' organizzazione, dunque nel nostro caso deve adattarsi ad un ambito professionale ma anche ad uno informale quale è quello associativo (l'Associazione è formata anche da operatori sanitari ma anche da cittadini). Tutto ciò ci impone di riflettere sulla "professionalizzazione" in seno alla Associazione. Un problema annoso che però dobbiamo affrontare.
I nostro codice probabilmente avrà due componenti. In primo luogo, una sezione di "aspirazioni", una premessa che descrive gli ideali cui aspiriamo. In secondo luogo, il codice elencherà tipicamente alcuni regole o principii, a cui i membri dell'organizzazione si ritiene aderiscano. Ma quale sarà l'ordine di presentazione delle regole? Dalla più importante alla meno importante? E cosa intendiamo con la parola "importante"? Saranno dettagliate delle forme di verifica? Quali? Chi sarà implicato? Un piccolo gruppo di lavoro? O tutti coloro che in qualche modo ne possono essere influenzati? Come verrà divulgato? Solo al nostro interno o anche fuori? Come verificheremo che i valori compresi nel nostro codice hanno un qualche impatto sulle politiche e le pratiche organizzative? Come verrà rivisto/modificato il codice?
Certo sappiamo che non risolverà tutti i nostri problemi etici ..."Dobbiamo ricordarci che le buone leggi, se non sono rispettate, non costituiscono il buon governo. Quindi ci sono due parti che formano un buono governo: una è il rispetto delle leggi da parte dei cittadini e l'altra è la qualità delle leggi cui questi obbediscono... " (da La Politica di Aristotile).
La dimensione etica e morale della cura
Circolarità e apertura
Eppure di cose nel mondo scientifico ne sono avvenute. Ormai non si pensa più che le chiavi per risolvere con certezza ogni problema siano le leggi deterministiche quindi la linearità o le leggi di causa-effetto; a tutti è chiaro di far parte di un oggetto reale ben più vasto, fatto di eventi e fenomeni non tutti intelligibili il cui svolgersi è non lineare, irregolare e discontinuo. Ma questa rivoluzione “che ha investito tutte le altre scienze e ha portato un nuovo modo di osservare la natura, sfiora appena le discipline mediche che non hanno preso coscienza della demolizione di molte credenze generate dalle teorie deterministiche” (N. Dioguardi). Il grande medico, Direttore della Clinica Humanitas di Milano, si chiede quanto “sia entrata nella coscienza del medico la nozione che le variazioni parametriche anche piccole indotte nei sistemi non lineari da impulsi ambientali non sono mai assorbite, quindi restano in questi sistemi. In essi tali variazioni possono dare luogo a risposte differenti sul piano qualitativo e quantitativo, e inoltre portare alla formazione di nuove strutture che tendono a diventare stabili e a modificare il sistema”. E poi si interroga su molte altre cose che meritano di essere approfondite in relazione alla mancata presa di coscienza nell’area medica del concetto di Complessità.Questo passaggio dalla certezza alla complessità, permette finalmente di pensare in modo critico al modello su cui noi logopedisti siamo stati formati e che ha condizionato profondamente le nostre prassi nel momento in cui mettiamo in atto pratiche di cura per persone con disabilità.
Si tratta di un modello basato su una concezione deterministica e positivista della cura, che vede la Disabilità come un problema della persona, causato direttamente da malattie, traumi o altre condizioni di salute, che necessitano di assistenza medica sotto forma di trattamento individuale da parte di professionisti. La gestione della Disabilità mira alla loro cura o all’adattamento da parte dell’individuo e a un cambiamento comportamentale. L’assistenza medica è vista come la questione prioritaria. Quindi:
- La malattia e’ un dato esclusivamente biologico, che si puo’ esprimere attraverso parametri obiettivi e quantificabili: la disfunzione è causato da una cosa, un oggetto, un dato di realtà incontrovertibile, questa cosa è l’idea che abbiamo della patologia (fisica, mentale, sociale), una struttura tangibile, esprimibile tramite indicazioni e parametri oggetti, qualcosa che sta nella persona la patologia puo’ essere definita solo dall’esperto in grado di cogliere cio’ che sta sotto ai disagi fenotipici apparenti
- L’operazione con cui l’esperto individua la patologia è la diagnosi che sarò seguita dal trattamento adeguato per definione. Il presupposto è che ci sia un percorso razionale dalla Diagnosi alla Cura (ipso facto). L’obiettivo della cura e’ la guarigione
- Le caratteristiche del metodo clinico sono: 1) la semplificazione, cioe’ la riduzione di un fenomeno complesso quale e’ la malattia a un rapporto semplificato di causa-effetto); 2) la predittivita’, in quanto la malattia e’ l’effetto di una causa biologicamente identificabile che si ripresenta con le stesse costanti in soggetti diversi
- Il medico (o il riabilitatore) e’ l’unico esperto del problema della persona, perche’ dotato di specifici strumenti tecnico-scientifici per la diagnosi e la cura
- Caratterizza una condizione, spesso cronica, di vita
- Si esprime attraverso la soggettivita’ di chi la vive
- Coinvolge familiari e caregiver che prestano cure, attenzione, tempo, risorse fisiche e mentali
- Richiede specifiche competenze relazionali da parte degli operatori e nuove modalita’ di intervento al di la’ di quelle squisitamente mediche e dunque implica l’intervento di altre figure professionali, l’assistente sociale, il terapista della riabilitazione, lo psicologo
Penso a quante volte in passato ho utilizzato questo metodo di conoscenza scientifica, sia nella raccolta anamnestica dei sintomi afasici, sia nella valutazione delle performance in corso di valutazione pre-trattamento e di verifica post- trattamento, ricorrendo a modelli teorici di funzionamento normale e patologico del linguaggio e ottenendo cosi’ una conferma alle mie impressioni cliniche. Il modello medico prevede, inoltre, che il terapista del linguaggio, come esperto, cioe’ portatore di specifiche competenze tecniche, sviluppi un intervento riabilitativo sull’afasia, prescindendo dal suo ambiente. Cio’ significa che una volta isolato il disturbo afasico da altre funzioni cognitive eventualmente danneggiate nel corso di una lesione cerebrale e interpretato alla luce dei modelli teorici del funzionamento normale e patologico del linguaggio, il terapista attivera’ un percorso riabilitativo mirato al recupero della funzione o, alternativamente, alla riduzione dell’impatto del deficit linguistico sulla comunicazione attraverso lo sviluppo di strategie di compenso. Le uniche competenze richieste dalla comunita’ scientifica al terapista per impostare un programma riabilitativo, in particolare, per selezionare il candidato ideale per un certo tipo di trattamento, sia questo un training specifico o l’apprendimento di modalita’ di comunicazione alternativa sono le conoscenze teoriche relative all’afasia e alle sue modalita’ di recupero ed esperienza clinica “sul campo”. Ma “trattare” un paziente – come ci ricorda Pennisi - con disabilita’ comunicativa non significa solo agire nei confronti del deficit afasico con razionali e rigorosi strumenti diagnostici e terapeutici, bensi’ da una parte esplorare le competenze potenziali della persona disponibili per il recupero e dall’altra confrontarsi in modo continuativo e, in alcuni casi, per lunghi periodi, con problematiche non specificamente mediche, e con situazioni che esulano dal setting riabilitativo “tradizionale”, ma coinvolgono un contesto relazionale piu’ ampio, familiare e sociale (sappiamo che il recupero dello stroke è condizionato da fattori neurologici ma anche cognitivi, comportamentali, psicosociali, linguistici) che va studiato entro un modello multifattoriale. Se si ammette una volta per tutte che la riabilitazione dello stroke comincia con la fase di attenzione medica e interventi clinici per poi passare all’analisi dei problemi del paziene e dell’intera famiglia nella gestione della disabilità e termina con il reintegro del paziente nel suo ruolo sociale (per quanto possibile) si intuisce chiaramente come si tratti di un vero e proprio percorso, lungo settimane o anni e che coinvolge diversi attori….un faticoso progetto di vita, nel quale “la relazione” diventa lo spazio naturale dove trovano espressione quelle componenti psicologiche, emotive, sociali e culturali del paziente, che rappresentano insieme a quelle squisitamente cognitive le reali risorse del paziente. Fino a questo momento pero’ nella pratica clinica, l’applicazione del modello medico-scientifico ha favorito l’evitamento della relazione/rapporto con il paziente garantendo cosi’ l’autonomia dei professionisti rispetto al paziente, il quale diventato a sua volta oggetto di osservazione/valutazione dei propri deficit, si e’ lasciato guidare dal sapere dell’esperto.
ASSUNTO DI BASE: L’AFASIA E’ UNA MALATTIA, DUNQUE DEVO GUARIRE E TU MI DEVI CURARE
In conseguenza di questo agire si possono verificare diverse conseguenze pericolose e dannose per il paziente che :- si sentira’ abbandonato dal medico (non ci sono cure)
- non capira’ se e’ malato (allora perche’ non mi cura) o se e’ qualcosa d’altro che non sa
- si sentira’ un malato a vita perche’ dovra’ fare una terapia che avra’ poco successo in termini di guarigione
- non sa quale malattia lo ha colpito (la demenza, una sindrome amnesica, un malato psichiatrico)
- non conosce il ruolo del logopedista (e’ uno psicologo, un tecnico, un insegnante??)
mentre i familiari si sentiranno esclusi, isolati dal rapporto del medico con il loro caro, incapaci di fornire un aiuto adeguato e privi di qualsiasi informazione e formazione per partecipare attivamente al percorso di vita della persona.
e per quanto riguarda gli operatori:
- si sentiranno frustrati di fronte alla limitatezza delle loro competenze, alle richieste e alle aspettative dei pazienti nei riguardi della cura, da cio’ ne puo’ derivare demotivazione per il proprio operato. Le difficolta’ e gli insuccessi dell’approccio medico all’afasia vengono quindi vissute dagli operatori con un grave senso di impotenza. Il piu’ delle volte da un iniziale entusiasmo subentra un progressivo disimpegno verso le persone, tendono a trattarli in modo distaccato, meccanico, maturando un senso di inutilita’ del proprio lavoro. Tutto cio’ puo’ portare l’operatore a mettere in discussione il proprio impegno, la propria creativita’ e disponibilita’
- I clinici soffriranno di un metodo di conoscenza proprio della loro formazione che enfatizza la diagnosi e la cura della malattia secondo le leggi di causa ed effetto e i clinici scopriranno le loro notevoli difficolta’ a comunicare con una persona afasica nella raccolta anamnestica, nella descrizione dei sintomi, nel colloquio clinico (sara’ in grado di comprendere, sono sicuro di aver capito cio’ che sta dicendo?) e si sentiranno impotenti di fronte alle difficolta’ comunicative della persona senza avere conoscenze sulle eventuali strategie di comunicazione che altri operatori possono mettere in atto senza pero’ che vi sia un rapporto di lavoro stretto tra i diversi professionisti
e la comunita’:
- non conosce il problema afasia ne’ dal punto di vista medico, ne’ le sue conseguenze sociali
- non potra’ attivare le sue risorse (non le conosce) per gestire la persona afasica, ne’ la sua famiglia
- confondera’ la persona afasica con un demente o una persona con deficit intellettivi
- non potra’ attivare le sue risorse (non le conosce) per gestire la persona afasica, consapevolezza consistera’ nel fatto che il suo operato non partecipera’ ad una guarigione, ma aiutera’ a migliorare la qualita’ di vita’ della persona a dei familiari. La concretezza consistera’ nel porsi degli obiettivi da raggiungere, un programma stabilito che potra’ aiutarlo, indirettamente, a migliorare la qualita’ della relazione.
Un approccio che non guarda piu’ alla Disabilità come ad un problema dell’individuo, ma piuttosto come una complessa interazione di condizioni, molte delle quali create dall’ambiente sociale. Un modello alternativo, definito “modello di rete”, conforme al pensiero della cosiddetta postmodernità, un modello che puo’ finalmente fornire una base teorica all’agire del terapista…
Questo nuovo modello (Engel, 1980) della salute e della malattia emerso nella cultura scientifica e nel mondo sanitario negli ultimi definisce la salute come equilibrio nella persona tra fattori non solo biologici, ma anche psicologici e sociali e la malattia come una rottura non di un singolo fattore, ma dell’equilibrio di un intero sistema. Conseguentemente l’ apparire di una malattia comporta modificazioni a ogni livello del sistema Cosi’ un ictus e’ certamente un danno tissutale, ma le sue limitazioni funzionali, per esempio la perdita del linguaggio, sono responsabili di un interessamento che dal sistema dei tessuti va a quello delle persone, della famiglia, della comunita’ e della societa’ (un altro concetto alla base del modello riguarda la definizione di malattia come alterazione dei meccanismi omeostatici che rende l’organismo incapace di adattarsi alle condizioni ambientali.) Secondo questa visione l’obiettivo dell’intervento terapeutico e’ l’attenuazione delle perturbazioni e il ripristino di un nuovo equilibrio dell’organismo, non la funzione.
In sintesi, secondo questo modello:
In questo senso, la Relazione d'aiuto, l’intervento di noi operatori sarà essenzialmente di Osservazione della rete che circonda il paziente e guida per il suo rafforzamento nei punti critici, ha le caratteristiche della CIRCOLARITA’ e dell’APERTURA…è un intervento che va’ rivisto e rifondato in itinere, imparando nel corso del processo stesso…questo approccio ci consente di considerare suscettibile di “aggiustamenti” qualsiasi percorso di vita, anche quello di una persona con grave deficit di linguaggio magari in un contesto di cronicità…cioe’ colui cui non è piu’ proponibile un intervento tradizionale di tipo sanitario o comunque sulla funzione..(in fondo se ci pensiamo è cio’ che è sempre avvenuto naturalmente nella che si è sempre naturalmente un po’ discostata dal modello medico, dal processo lineare ACCERTAMENTO-TERAPIA…in Riabilitazione l’accertamento è piu’ protratto nel tempo e viene completato di pari passo con il trattamento. I componenti del team adottano un approccio empirico, in cui la seduta terapeutica è di per se’ una modalità di valutazione: non c’e’ una distinzione netta tra diagnosi, prescrizione e terapia…la condizione diagnostica inoltre varia costantemente per peggioramenti, naturale guarigione o risposta alla terapia…). Inoltre questo approccio non rende conto di aspetti reali, importanti come la fatica e il dolore…
Nonostante tutto ciò, gli strumenti valutativi e riabilitativi che molti di noi continuano ad usare, derivano dal modello biomedico tradizionale. Ai convegni/corsi/congressi si continua a discettare delle stesse identiche cose di cui si discettava quando io ero studentessa (disurbi del lessico, basi neurali, agrammatismo, gesto, ecc.ecc.) e del resto sarebbe strano che cosi' non fosse dal momento che i soggetti che parlano sono sempre gli stessi. Ma qui smetto di parlarne per non "tirarmi addosso le contraddizioni di tutti coloro che tengono per maggior peccato il dissentire dagli antichi che il credere le bugie per verità".
Riflessioni e consapevolezze
Steve Hall, 54enne di Bolton è stato ricoverato per cinque settimane in un centro di salute mentale perche' ritenuto affetto da patologia psichiatrica. Non riusciva ad esprimersi a causa di un ictus che pero' nessuno fu in grado di diagnosticare. Al suo ritorno a casa, si è pagato una logopedista che gli ha svelato l'arcano. AFASIA. E' accaduto in Inghilterra. Quattro anni fa. Ma non finisce qui. Shiva, su Internet, ci fa riflettere su un ulteriore aspetto della vicenda. Leggiamo di Hall e rabbrividiamo nello scoprire che essendo stato preso per "matto" è stato rinchiuso per 5 settimane e sottoposto ad un "orribile trattamento" ma la cosa che viene naturale stigmatizzare non è il trattamento in se' quanto il fatto che Steve non rientra a tutti gli effetti nella "categoria" di pazienti per cui quel tipo il trattamento appare indicato. E' la stessa situazione che si è verificata nel caso dell'arresto di una donna dalle sembianze trans, portata in una prigione maschile dove notoriamente per i trans esiste un alto rischio di essere sottoposti ad abusi sessuali. Cio' che allora venne stigmatizzato non era il fatto delle frequenti violenze subite dalle persone trans quanto piuttosto il fatto che, in quel caso specifico, c'era stato un errore e la persona in questione non rientrava nella categoria dei soggetti per i quali evidentemente si accettava il rischio di violenza. Shiva sottolinea il fatto che sui giornali si parli solo del "terribile fraintendimento" e non del fatto che certi trattamenti sono abusi in se stessi. Ci ricorda come le persone autistiche o persone che non riescono a comunicare vengono spesso scambiate per persone "schizofreniche" e talvolta (come nel caso di Steve) istituzionalizzate e forzate ad assumere farmaci oppure vengono prese per persone "con ritardo mentale". Allo stesso modo spesso viene stigmatizzato il fatto che le persone con disabilità fisica ma "cognitivamente integre" vengono trattate con eccessivo accudimento o francamente discriminate perche' si attribuisce loro di default una "debolezza mentale" come a dire che in questi casi la discriminazione è mal riposta mentre ha una sua ragione d'essere quando le persone hanno davvero un ritardo mentale. Le sue osservazioni ci impongono di riflettere sul senso delle "classificazioni" e su ciò che é alla base della definizione di esse...una riflessione sulla discriminazione e sulle pratiche oppressive che tenga conto della tentazione comune di "salvare" gli uni e "abbandonare" gli altri.Rappresentazioni varie
L'articolo riporta il titolo IL GIOCO CHE FA BENE AGLI AFASICI. Come la pratica ludica può migliorare la patologia
...si tratta di alcune modifiche elettriche apportate ai giocattoli che permettono ai bambini di poterli usare più facilmente e in modo intuitivo - spiegano gli insegnanti, Tomaso Zunino e Roberto Botto. Le prime realizzazione riguardano una mini lavatrice giocattolo, attualmente utilizzata da una bambina, mentre nel laboratorio dell'Enaip si è modificato un frullatore"...
Ma i disabilities studies non sono arrivati nelle scuole di formazione?
Ma le Associazioni non vigilano sulle rappresentazioni che il sistema medico e i media danno delle persone che sostengono di rappresentare?
Certo Frank sapeva bene di cosa parlava quando accennava al mito della Restitution, che vediamo ben rappresentato dall'articolo "Afasia: ecco la corrente che scioglie la lingua dopo l’ictus" in cui si cita uno studio di prossima pubblicazione sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry secondo cui: l' équipe del professor Alberto Priori dell’Università degli Studi di Milano, presso i laboratori della Fondazione IRCCS Policlinico, ha documentato in un gruppo di pazienti con afasia e ictus cerebrale ischemico un significativo miglioramento delle capacità linguistiche attraverso un'innovativa metodica di stimolazione cerebrale. La nuova tecnica, non invasiva e indolore, prevede l’applicazione attraverso elettrodi posti sul cuoio capelluto, per pochi minuti, di correnti elettriche dirette a bassissima intensità (tDCS), non percepibili dal soggetto e senza effetti collaterali.
Sul concetto di "Dipendenza"
I am a dependent person. I need human contact, most of which I receive through an Internet built and maintained by many other people. I do not know my neighbors, but even face-to-face interaction requires someone's cooperation. I have learned from my time in isolation rooms that I can handle a while without human interaction, but that eventually it will become unbearable. I am human: I depend on others. And this is called independence.
I am a dependent person. The words I work with were taught to me by people who wrote and read them before I traced my first A. The language I work in is a living entity, shaped and grown over centuries by billions upon billions of speakers. The ideas I work on are part of a tradition nurtured by many thinkers. I am human: I depend on others. And this is called independence.
I am a dependent person. I do not -- have learned that I cannot safely -- live alone. I require the patterns of life to be modeled for me over and over again. I struggle to get, and to keep, jobs in workplaces designed for "plug-and-play" workers. I learn some things quickly and easily; I need to be explicitly taught many things that seem obvious to others. I am human: I depend on others. And this is called dependence.
Independent can mean self-governing. It can also mean self-reliant. It can deny others' influence on our decisions or others' support in carrying those decisions out. Dependent can mean controlled by others. It can also mean requiring the support of others.
None of us, of course, is independent in either sense. We grow up in social contexts, supported and denied, enabled and disabled by those around us. But some rely on supports which are so common as to go unnoticed, while others use support that is atypical and therefore apparent. Some supports are provided by the community as a whole and go unnoticed, while others are borne -- or not -- by a small number of people whose lives are profoundly affected.
So I know the ways in which I am dependent not by looking at how I depend on others, but by watching other people. I look to nondisabled people to tell me which kinds of dependence are recognized, which are devalued. I know the shame that comes with asking for "inappropriate" help.
Within the disability community, too, there are fault lines around which kinds of dependence we recognize, which kinds we devalue.
Afasia ai margini
Per questo motivo c'e' chi ha progettato una terapia basata sull'utilizzo del telefono con un terapeuta animato "virtuale".
Ora, quando un sistema non è più in grado di affrontare e risolvere i problemi vitali della collettività, le alternative sono solo due: o crolla o si trasforma. Morin ci suggerisce un cambio di paradigma, una metamorfosi del modo di pensare.
Sempre lui sostiene che "la società umana ha straordinarie capacità di rigenerarsi, di regredire da uno stato di eccessiva gerarchizzazione e burocratizzazione verso una condizione originaria, da cui liberare le sue straordinarie possibilità creatrici".
Mi chiedo se sia questa la strada. D'altra parte non ho risposte. Quando una persona è sola a vivere una condizione difficile come l' afasia, qualsiasi cosa è meglio del niente? E' davvero cosi'?
Online il Manuale del Familiare
Se state fronteggiando una situazione in cui il vostro familiare è stato colpito da un ictus, è molto importante capire che nella maggior parte dei casi nessuno (neppure il medico con la più grande esperienza) può realmente prevedere quanto tempo ci vorrà per recuperare dall’ictus. Non importa cosa vi è stato detto, il recupero dall’ictus è veramente imprevedibile e varia per ciascun individuo. Cercate di prendere i giorni uno per volta. Gioite di ogni piccolo progresso, e sappiate che c'è sempre spazio per la speranza. Spesso gli esperti, pur conoscendo molto bene il loro lavoro, vi parleranno attraverso le statistiche, ma ricordate che la loro capacità di capire la complessità del cervello non si estende necessariamente ai bisogni emotivi del loro paziente e della sua famiglia. Noi siamo complicati! Per di più, non c'è bisogno che qualcuno ci spaventi ripetendo le statistiche della media dei recuperi o della possibilità di avere un secondo ictus. Come abbiamo già detto ogni ictus è diverso e certamente non vogliamo essere buttati nel mucchio chiamato "media".Tratto da IL MANUALE DEL FAMILIARE del Gruppo SAFE, traduzione e adattamento italiano di Alessandra Tinti
Quanti scafandri nei reparti di neurologia?
…li ascoltavo mentre dicevano che non capivo nulla…
Molte persone con afasia ci raccontano degli incredibili (colpevoli e dolorosi) strafalcioni di cui sono stati vittima in reparto da parte di medici (o persino logopedisti) che di fronte a loro dichiaravano sconsolatamente ai parenti che il paziente in questione "purtroppo non era in grado di capire nulla" mentre questi in realtà comprendevano tutto ma non erano in grado di comunicarglielo in alcun modo e di conseguenza si trovavano in una delle situazioni piu’ terribili che si possono immaginare...qualcuno parla per te e tu non puoi intervenire
Considerazioni sulla fase acuta
E' FONDAMENTALE che anche durante la fase acuta il/la paziente colpito/a da ictus sia circondato/a da operatori che conoscono bene i disturbi di linguaggio e comunicazione da cui è affetto/a e che sappiano almeno in linea generale come gestire il rapporto con lui/lei senza perdere di qualità nella loro prassi clinica e cosa consigliare ai parenti che pure nelle primissime fasi non sembrano ancora preoccupatissimi del problema (ma piuttosto della sopravvivenza del loro caro).
Occorre conoscere l’esatta dimensione del problema per piu’ motivi, non solo di mero interesse culturale e non solo per evitare di essere imprecisi fin dall’inizio sulla identificazione di una semeiotica che si presenta ai nostri occhi abbastanza evidente ma sulla cui natura riteniamo di non doverci porre troppe domande (non sarebbe corretto conoscere i fattori prognostici relativi alla afasia per indirizzare piu’ o meno una famiglia verso una risorsa riabilitativa piuttosto che verso altri tipi di supporto?)
L’ospedale è un luogo altamente inospitale per chi presenta problemi di linguaggio, lo è gia’ di per se’ per qualunque paziente (dolore, deprivazione di sonno, ansia; limitata abilità di esplorare lo spazio circostante; mancata indipendenza, rumori di fondo, mancanza di privacy, obbligo a comunicare con sconosciuti) ma lo è in particolare per chi non puo’ esprimersi.
Mi capita spesso di ricordare le parole di un paziente che raccontava, in America, di come durante le prime fasi di ricovero in seguito a un ictus “…cercasse di attirare l’attenzione degli infermieri tirando degli oggetti verso il loro ufficio non essendo in grado di chiamarli e questi volevano sedarlo pensando che fosse in uno stato di agitazione patologico “